Al World Health Summit 2026 di Berlino, la Paolo Chiesi Foundation, il Gruppo Chiesi e il PMNCH hanno riunito governi, settore privato, agenzie delle Nazioni Unite e realtà che operano sul campo attorno a una domanda molto concreta: come possono le innovazioni accessibili e di provata efficacia arrivare davvero alle donne e ai bambini che ne hanno bisogno?

La salute globale è arrivata a Berlino sotto pressione. Nel 2025 l’aiuto pubblico allo sviluppo è calato del 23,1%, il calo annuale più forte mai registrato (OCSE, dati preliminari APS 2025), e dal 2016 i progressi nella riduzione della mortalità materna hanno subito un netto rallentamento (UN Maternal Mortality Estimation Inter-Agency Group, 2025). In questo contesto, il World Health Summit ha scelto un tema che sembrava più un piano di lavoro che uno slogan: From Crisis to Resilience: Innovating for Health.

Dall’11 al 13 ottobre, oltre 400 relatori in più di 75 sessioni hanno messo alla prova questa idea da ogni angolazione: finanziamenti, governance, tecnologia, personale sanitario e clima. Per chi lavora sulla salute materna, neonatale e infantile, un concetto è tornato più volte. Molte soluzioni esistono già; ciò che spesso manca è la strada che le porta da un progetto pilota riuscito a un intero sistema sanitario.

Un summit per riprogettare, non solo per ripartire

I sei filoni tematici del Summit hanno affrontato la riforma dell’architettura della salute globale, la preparazione alle pandemie, il rapporto tra clima e salute, la salute nei contesti di conflitto e sistemi sanitari pronti per il futuro e supportati dall’intelligenza artificiale. Uno di questi ha messo al centro donne, bambini e giovani, trattando l’equità come una questione di diritti, inclusione e partecipazione.

Questo filo conduttore ha attraversato tutte e tre le giornate. Domenica, un panel con la direttrice esecutiva dell’UNFPA, Diene Keita, ha discusso di come mobilitare nuovi capitali per la salute delle donne, andando oltre gli aiuti. Lunedì sera il Signature Event ha portato sul Center Stage il cancelliere tedesco Friedrich Merz e Helen Clark. Martedì pomeriggio una sessione keynote si è chiesta senza giri di parole cosa serva per porre fine alle morti materne e infantili prevenibili.

Una roadmap, non l’ennesimo report

La mattina del 12 ottobre, la Paolo Chiesi Foundation, il Gruppo Chiesi e la Partnership for Maternal, Newborn & Child Health (PMNCH) hanno organizzato una tavola rotonda a porte chiuse dal titolo “From Bottlenecks to Action: A Roadmap for Scaling Affordable Women’s and Children’s Health Innovations in Low- and Middle-Income Countries.”

Gli incontri precedenti, a Nairobi e in Asia, avevano individuato i punti in cui le innovazioni si bloccano e ciò che le aiuta ad andare avanti. A Berlino l’obiettivo era più mirato: trasformare questa diagnosi in raccomandazioni concrete, ciascuna con un responsabile chiaro.

Ad aprire la sessione è stato Rajat Khosla, Executive Director del PMNCH, seguito da un breve saluto di Linda Storari, Vice President Global Health del Gruppo Chiesi, e di Massimo Salvadori, Managing Director della Paolo Chiesi Foundation. Khosla ha poi presentato la bozza della roadmap e i colli di bottiglia che intende affrontare: la fase intermedia tra progetto pilota e diffusione su larga scala, rimasta senza finanziamenti; l’assenza di percorsi istituzionali; la frammentazione normativa; la scarsa visibilità sulla domanda; e una volontà politica discontinua.

La prima parte della discussione si è concentrata sulla scelta delle priorità. Ad aprirla è stato Richard Mugahi, Commissioner for Reproductive and Child Health del Ministero della Salute dell’Uganda, con la prospettiva di un governo che deve decidere quali ostacoli affrontare per primi. Kesaobaka Shiela Dikgole del WomenX Collective dell’UNFPA ha poi spostato l’attenzione sull’ownership: chi controlla i finanziamenti, la proprietà intellettuale e la decisione di portare un’innovazione su larga scala quando i partner esterni si fanno da parte. Pascale Allotey dell’OMS ha indicato nelle politiche sanitarie una leva a sé stante. Il passaggio allo schema vaccinale anti-HPV a dose singola (OMS, 2022) dimostra come una sola decisione possa sbloccare progressi fermi da tempo.

Salute neonatale: il sistema attorno alla soluzione

La seconda parte della tavola rotonda è passata dagli ostacoli ai modelli, avvicinando la discussione al lavoro della Fondazione. Partendo dal Modello NEST e dalla propria esperienza con i neonati piccoli e malati nell’Africa subsahariana, la Paolo Chiesi Foundation ha condiviso alcune lezioni chiave: perché la qualità dell’assistenza è una questione di equità, quanto conta rafforzare processi di miglioramento della qualità guidati a livello locale e perché le famiglie vanno messe al centro della cura neonatale. La discussione ha inoltre sottolineato la necessità di ownership da parte dei governi, di investimenti costanti e di accountability. Sono queste le condizioni perché gli approcci efficaci entrino nei sistemi sanitari nazionali, rendano l’assistenza di qualità più equa e garantiscano risultati duraturi anche oltre il sostegno filantropico.

Chiesi Global Health ha portato al tavolo il tema dell’accesso a due farmaci neonatali essenziali, la caffeina citrato e il surfattante. La domanda era quale sia il passaggio decisivo per rendere questo accesso sostenibile: quello regolatorio, gli approvvigionamenti, la preparazione dei sistemi sanitari o la produzione. Eivind Fjeldstad di Laerdal Global Health ha condiviso l’esperienza del Safer Births Bundle of Care in Tanzania, dove un dispositivo per la rianimazione neonatale arriva insieme a formazione, un’app di coaching e mentoring all’interno delle strutture.

Le tre prospettive puntavano nella stessa direzione. Raramente un dispositivo o un farmaco cambia gli esiti da solo. A fare la differenza è il sistema costruito attorno: personale formato, forniture affidabili e un governo che si assume la responsabilità del risultato.

«Ciò che è pronto per la roadmap non è un singolo intervento. È un metodo: team locali che migliorano la qualità dell’assistenza ai neonati piccoli e malati, passo dopo passo, con le famiglie al loro fianco», ha dichiarato Massimo Salvadori, Managing Director della Paolo Chiesi Foundation. «La filantropia dovrebbe finanziare in modo flessibile, fare da catalizzatore e ridurre i rischi. I governi devono stabilire le priorità, mobilitare le risorse ed essere responsabili dei risultati.»

Chi finanzia la fase di mezzo, e chi tiene il conto

L’ultima parte della discussione si è concentrata su risorse e accountability. I donatori che erogano grant tendono a sostenere le innovazioni quando sono ancora piccole, mentre i capitali commerciali arrivano solo quando sono già pronte per l’investimento. La fase intermedia resta così senza un vero responsabile. A Shalmali Radha Karnad della Children’s Investment Fund Foundation è stato chiesto cosa servirebbe perché i donatori considerino questa fase un compito condiviso, anziché un problema di qualcun altro.

Kimberly Green di PATH ha portato un caso concreto: la carbetocina termostabile. È un farmaco di provata efficacia per prevenire l’emorragia post-partum, ma raggiunge ancora molte meno donne di quante potrebbe, soprattutto perché mancano meccanismi di acquisto congiunto e finanziamenti per la fase di transizione. Samukeliso Dube di FP2030 ha chiuso il cerchio sull’accountability, esplorando come gli impegni presi attorno al tavolo possano essere formalmente registrati e monitorati nel tempo.

Per la Paolo Chiesi Foundation, la lezione di Berlino è concreta. Gli strumenti in grado di salvare la vita dei neonati nell’Africa subsahariana esistono già, in gran parte. Farli arrivare in ogni struttura che ne ha bisogno è ora un compito condiviso, con nomi e responsabilità precisi.

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